La qualità nelle stampe di MANTEGNA
e dei suoi seguaci
  
 
 
    
 
Andrea Mantegna
Isola di Carturo 1431 - Mantova 1506
Il Baccanale con il Tino
Bulino originale, mm 329 x 423

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La Sepoltura
Bulino originale, mm 329 x 423

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Quando verso la metà del Quattrocento qualcuno ebbe l'idea di stampare con una pressa le incisioni al bulino su metallo, che fin dalla notte dei tempi venivano eseguite per creare gioielli ed ornare armi e corazze, la nuova arte, sull'onda del successo travolgente del libro stampato, il primo prodotto industriale della storia, si diffuse in Europa con la rapidità di un incendio. Tanto velocemente infatti che non riusciamo a capire, pur nella presenza di quasi tutti i testi incisi dell'epoca, dove in realtà sia stata scoperta la tecnica, chi ne fece uso per primo.

Fin dai primi esperimenti le due grandi culture figurative dell'epoca, quella italiana e quella tedesco-fiamminga, affrontano la nuova tecnica artistica con una filosofia del tutto divergente. Nel Nord si sceglie di valorizzare ed approfondire le caratteristiche intrinseche del mezzo tecnico, sfruttandone le possibilità stilistiche fino alle estreme conseguenze. In due generazioni le potenzialità dell'incisione a bulino sono tutte esplorate: con le prove di Dürer del secondo decennio del '500, culminate nel gruppo dei "tre capolavori", Melencolia I, il Cavaliere e San Gerolamo, la tecnica ha dato tutto di sé.
  
 
 
Nei secoli successivi le generazioni di incisori, quando vorranno impugnare il bulino, torneranno sempre ai testi düreriani o quanto meno tedeschi. In Italia la grafica è tutt'altra cosa. Ogni artista cerca di adattare il mezzo al proprio linguaggio e alle proprie esigenze. Il risultato è tecnicamente più modesto, rispetto agli esemplari nordici, ma molto più variegato e fantasioso sul piano stilistico.

Antonio Pollaiuolo e Andrea Mantegna sono i nomi più celebri fra gli artisti che cercano di ottenere dall'incisione e bulino gli stessi effetti del disegno a penna. In entrambi il segno è particolarmente rado e spesso, e gli esemplari sono di frequente stampati in inchiostro grigio o bruno. Mantegna ci offre una più vasta scelta, anche se le tavole autografe certe sono solo sette. Però si dipanano su un arco di parecchi decenni e sono accompagnate da una vasta messe di opere di allievi, seguaci e imitatori.
 
  
 
Giudicando i risultati, sembra necessario concludere che i pittori italiani che si dedicarono all'incisione in via marginale o almeno secondaria volessero soprattutto struttarne la natura essenziale di multiplo.Pertanto, nella ricerca di un riferimento stilistico, preferirono imitare altre tecniche cui erano più abituati. In particolare il Mantegna riprese i disegni a punta d'argento. Ciò non vuole dire che egli non abbia saputo cogliere magistralmente certe potenzialità del mezzo che usava: l'effetto scultoreo da bassorilievo, non è certamente casuale e d'altra parte è un motivo ricorrente della sua opera. Una particolarità del Mantegna è il segno delicatissimo, che, nelle prime prove, non sembra neppure una linea incisa ma un insieme di piccolissimi punti (vedi fig. 1).

Infatti sei dei suoi sette bulini - la cospicua eccezione è il "Baccanale con il tino"- sono praticamente delle puntesecche. Questa particolarità è ben descritta nel magistrale catalogo della mostra "Early Italian Engravings" tenuta a Washington nel 1973 e curata da Konrad Oberhuber, Jay A. Levenson e Jacquelyn L. Sheehan. Nel loro testo si parla infatti di effetto tremulo (più esattamente il segno mantegnesco viene definito "blotched", cioè chiazzato), anche se i tre autori non riescono ad approfondire con quale artifizio tecnico l'incisore lo abbia ottenuto.
  
 
Anzi pur non introducendo affatto il concetto di un uso anomalo del bulino, parlano di "return stroke" cioè di "tratteggio di ritorno" (vedi fig. 6), che non può aversi con il bulino tradizionale, che marcia sempre in avanti.

Probabilmente il segno mantegnesco, una cui componente è una sorta di microscopiche barbe, è un tratto inizialmente leggerissimo in cui il solco centrale, quello che da la linea netta e decisa, non è più importante delle creste laterali, su cui si fermano minute particelle di inchiostro. Questo spiegherebbe la rarità estrema degli esemplari come quello che è all'origine di questi appunti e giustificherebbe anche il rifiuto da parte degli allievi del Mantegna ad impiegare la tecnica iniziale del caposcuola.
 
 
  
 
Parliamo infatti di tecnica iniziale, perché tutto farebbe pensare che il maestro stesso sia tornato presto sulle sue lastre per ripassarle con segni più tradizionali (vedi fig. 3). Molti esemplari con il tipico segno netto e senza barbe sono infatti certamente coevi: non solo sono incisi su carte contemporanee, ma si tratta degli stessi tipi di carta, quasi non ci fosse soluzione alcuna di continuità fra le varie tirature. Inoltre le incisioni degli allievi, molte eseguite dentro la bottega del maestro, sono quasi tutte molto ben incise, e non mostrano differenze apprezzabili di qualità fra le prime tirature e quelle successive.

Sembrerebbe quindi logico ipotizzare che il maestro si riservasse la fase sperimentale, affidata a una tecnica tutta rivolta alla qualità, che richiedeva dopo poche prove una completa reincisione della matrice, mentre le incisioni direttamente destinate al mercato, eseguite dagli allievi, venissero eseguite con tecniche più semplici e adatte a una produzione di livello medio ma costante. La sola incisione del Mantegna realizzata fin dall'inizio con tipica tecnica bulinistica è il "Baccanale con il tino", inciso sul rovescio della lastra utilizzata per il "Sileno". Molti autori lo reputano un'opera abbastanza giovanile, precedente le due "Lotte degli Dei Marini" e l'altro baccanale.
  
  
Ma a noi la sua solarità fiorentina, che ne fa un vero anello di congiunzione fra il Mantegna stesso e il classicismo romano del primo decennio del '500 ha sempre impedito di accettare una datazione precoce. Non si capirebbe come l'incisore potrebbe aver eseguito un'opera così matura e magistrale, che vista negli esemplari migliori è palesemente il modello delle prime opere di Marcantonio, quelle padane e preraffaellesche, per tornare poi allo stile incisorio degli anni '60. Inoltre vi è una circostanza esterna, non probante ma pesantemente indiziaria: le prove del "Baccanale con il tino" sono quasi sempre impresse in nero, uso che nella bottega mantegnesca deve essere iniziato non prima del volgere del secolo, per divenire poi nel 500 il colore prevalente di tutte le stampe, incluse le tirature tarde delle incisioni del maestro mantovano.
Tornando all'esame della tipica tecnica mantegnesca, è interessante osservare che, salvo nella miniaturizzazione, questa non differisce molto da quella dei maestri fiamminghi e olandesi (vedi figg. 1, 2 e 5).
 
  
 
Fra le opere degli allievi, una incisa con la tecnica simile a quella del maestro è l'"Ercole ed Anteo" le cui prime prove si riconoscono proprio per il segno chiazzato e ricco di barbe (vedi fig. 7). Proprio questa particolarità, unita all 'esistenza di un disegno preparatorio di Mantegna - conservato agli Uffizi di Firenze, scoperto da pochi anni -, nonché -, il noto affresco facente parte del complesso di pitture della Camera degli Sposi nel Palazzo Ducale di Mantova, fa pensare che l'esecutore della lastra doveva appartenere alla cerchia di artisti più vicina al Maestro, se pure non è almeno parzialmente autografa. Inoltre le due figure, che riprendono due statue viste dal Mantegna durante il suo soggiorno romano fra il 1488 e il 1490, hanno le proporzioni e la plasticità tipiche delle opere incise dal Maestro intorno al 1490.
  
     
Le tavole che compongono la "Virtus Combusta" fanno invece parte di quel gruppo d'incisioni che oggi vengono date a Zoan Andrea mentre fino a poche decine d'anni fa venivano attribuite al Mantegna per la loro impostazione e per la qualità artistica del disegno - esiste il disegno preparatorio autografo di Mantegna, a penna e acquarello, della parte superiore al British Museum, Londra.

Zoan Andrea dopo essere rimasto per breve tempo nella bottega di Mantegna venne scacciato per alcuni strani traffici, probabilmente furti di disegni.
  
 

Le due tavole sommano alcune caratteristiche di stile inconsuete per il Mantegna: il segno che delinea le figure è molto più spesso delle linee che formano muscolatura e ombre, l'abbondanza di tratteggio incrociato per intensificare le zone più scure, la quasi inesistenza di barbe anche nelle prime prove e infine lo sfondo reso da un folto insieme di sottili linee parallele (vedi fig. 8). Sempre a Zoan Andrea viene attribuita la tavola raffigurante "Le figure danzanti", in cui sono ben visibili le caratteristiche incisorie appena elencate per la coppia della "Virtus Combusta". Anche per quest'opera la raffinatezza della composizione ha indotto a credere per molto tempo che l'esecuzione su lastra fosse del Mantegna. Più della tavola precedente, ne "Le figure danzanti" le barbe sono accentuate con la conseguente inchiostratura chiara abbastanza consueta (vedi fig. 9), al contrario della "Virtus Combusta" che è sempre impressa con il nero intenso.

Questa peculiarità, unita all'impostazione compositiva, induce ad un nuovo approccio sulla datazione della tavola, finora considerata intorno al 1475, compresa più precisamente fra il viaggio a Roma e il 1472.

L. S.

  
 



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